L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane sta accelerando, ma la corsa è a due velocità. Secondo l’indagine Invind della Banca d’Italia sulle aziende con almeno 20 addetti, ripresa da Il Sole 24 Ore a luglio 2026, la quota di imprese che utilizza strumenti di IA ha raggiunto il 32% a inizio 2026, dopo essere raddoppiata nel 2025 (dal 13% al 27%). In parallelo, il mercato italiano dell’IA continua a crescere a ritmi elevati, con incrementi annui a doppia cifra.

Ma sotto il dato aggregato si nasconde il vero problema: solo il 29% delle grandi aziende e appena il 6% delle medie imprese ha definito programmi pluriennali strutturati, che coinvolgono più reparti. Per il resto, l’IA è ancora un insieme di iniziative isolate.

Cosa significa per la tua impresa

Il numero da tenere a mente è quel 6%. Significa che oggi, tra le imprese di media dimensione, chi affronta l’IA con un piano — e non con esperimenti scollegati — è ancora un’eccezione. È esattamente lo spazio dove costruire un vantaggio.

Il salto dall'”abbiamo provato ChatGPT” al “l’IA fa parte del nostro modo di lavorare” non è un salto tecnologico, è organizzativo. Le imprese ferme al primo stadio usano l’IA a spot: un collaboratore genera un testo, un altro riassume un documento, ma nulla di tutto ciò diventa processo. Le imprese che avanzano, invece, scelgono pochi ambiti prioritari e li presidiano nel tempo.

C’è anche una nota di cautela nei dati: le PMI accelerano nell’adozione ma restano prudenti quando si tratta di affidare all’IA le decisioni più importanti. È un atteggiamento sano — l’IA supporta le decisioni, non le sostituisce — ma non deve diventare un alibi per rimandare.

Come sfruttarla

Non serve un budget da grande impresa per entrare in quel 6% che lavora con metodo. Serve una direzione:

Scegli un solo processo e portalo a regime. Meglio un ambito presidiato bene (es. la gestione dei preventivi o la risposta ai clienti) che dieci esperimenti abbandonati.

Investi sulle competenze prima che sui tool. Il freno principale, ripetono tutte le analisi, non è la tecnologia: è la mancanza di competenze interne. Una squadra formata rende utile anche lo strumento più semplice; una squadra impreparata spreca anche il migliore.

Ed è proprio sulle competenze che si gioca la partita: chi forma le proprie persone oggi, tra dodici mesi avrà un’organizzazione che usa l’IA per davvero, non una collezione di prove.


Le competenze sono il vero acceleratore.
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Fonte: Il Sole 24 Ore su indagine Invind Banca d’Italia, luglio 2026.